Marco Vitruvio Pollione è stato architetto e scrittore. Attivo nella seconda metà del I sec. a.C., è ed è stato il più famoso teorico dell'architettura di tutti i tempi.
Le poche notizie sulla sua vita si deducono dalle note autobiografiche che riportava sui propri trattati.
Probabilmente è stato ufficiale sovrintendente alle macchine da guerra sotto Giulio Cesare e poi architetto-ingegnere sotto Augusto.
Il De Architectura è l'unico testo latino di architettura giunto pressoché integro, fino a noi.
Ancora oggi è un testo importante e di grandissimo valore per la realizzazione di opere che guardano all'impiego di materiali naturali, bioclimatici e passivi.

dal Libro Primo - del De Architectura di Marco Vitruvio Pollione,
nella traduzione di Berardo Galiani, stampato in Venezia il 1854
Il trattato De Architectura fu scritto, probabilmente tra il 29 ed il 23 a.C.

Leggendo le sue pagine, ci ritroviamo di fronte ad una attualità inaspettata, divertente e riflessiva.



CAPO I
CHE COSA SIA L'ARCHITETTURA, E CHE COSA DEBBANO SAPERE GLI ARCHITETTI

CAPUT I - QUID SIT ARCHITECTURA, ET DE ARCHITECTIS INSTITUENDIS

Scrive Vitruvio:

"L'Architettura è una scienza, che è adornata di molte cognizioni e colla quale si regolano tutti i lavori, che si fanno in ogni arte.
Si compone di Pratica e Teorica.
La pratica è una continua e consumata riflessione sull'uso, e si eseguisce colle mani dando una forma propria alla materia necessaria, di qualunque genere ella sia. La Teorica poi è quella, che può dimostrare, e dar conto dell'opere fatte colle regole della proporzione e col raziocinio.

Quindi è che quegli Architetti, i quali senza la teorica si sono applicati solo alla pratica, non hanno potuto giungere ad acquistarsi nome colle loro opere. Come al contrario coloro, i quali si sono appoggiati alla teorica sola ed alla scienza, hanno seguitata l'ombra, non già la cosa. Ma quelli, che hanno appreso l'uno e l'altro, come soldati provveduti di tutte le necessarie armi, sono giunti più presto e con riputazione al loro scopo: poiché siccome in tutte le cose, così sopra tutto nell'Architettura vi sono i due termini, il Significato cioè il Significante. Il Significato è quella cosa, che si propone a trattare: il Significante poi è la dimostrazione tratta dalle regole delle scienze. Onde è chiaro dover essere nell'uno e nell'altro esercitato colui, che si dichiara architetto. Per ciò fare bisogna, che egli abbia talento e applicazione: perciocchè né talento senza scuola, né scuola senza talento possono formare un perfetto artefice.

Deve pertanto avere studio di Grammatica, essere fondato nel Disegno, erudito nella Geometria, non digiuno dell'Ottica, istruito nell'Aritmetica, sapere l'Istorie, aver atteso alla Filosofia, saper di Musica, non ignorare la Medicina, aver cognizione della Giurisprudenza, e intendere l'Astronomia e i moti del cielo: ed ecco la cagione.


Deve l'Architetto saper la Grammatica, per mettere in carta e rendere più stabile la memoria col notare.

Il Disegno gli serve per potere cogli esemplari dipinti mostrare l'aspetto dell'opera, che vuol formare.

La Geometria dà molto aiuto all'Architettura, e specialmente insegna l'uso della riga e del compasso, coll'aiuto de' quali strumenti soprattutto si formano più facilmente le piante degli edifici, e si tirano le direzioni delle squadre de' livelli e delle linee. Parimente coll'Ottica si prendono a dovere i lumi negli edifizii da' dati aspetti del cielo.

Coll'Aritmetica si calcolano le spese degli edificii, si mettono in chiaro i conti delle misure, e col calcolo e metodo aritmetico si sciolgono i difficili problemi delle proporzioni.

Dee sapere molte istorie, poiché spesso gli Architetti disegnano molti ornamenti nelle opere, de' soggetti dei quali debbono essi, a chi ne domanda, assegnare la ragione.
(...)

La Filosofia forma d'animo grande l'Architetto, e fa che non sia arrogante, ma più tosto alla mano, giusto, fedele, e quel ch'è più, non avaro: poiché non si può fare nessuna opera con puntualità, se non da chi è leale ed incorrotto. Non deve essere avido, né aver l'animo dedito a prender regali, ma con gravità sostenere il suo decoro, conservando il suo buon nome: e questo l'insegna la filosofia.

Tratta inoltre anche la Filosofia della natura delle cose, la qual parte in greco si chiama Fisiologia (o Fisica). Questa è necessario studiarsi bene, perché contiene molti e varii trattati naturali, specialmente concernenti a condurre l'acque: perocché da' loro corsi, giri e salite dal piano orizzontale si generano ne' tubi or in un modo, or in un altro de' venti, all'urto de' quali non saprà rimediare, se non che avrà dalla filosofia appresi i principii delle cose naturali. Come parimente non potrà intendere il vero senso de' libri di Ctesebio, di Archimede o degli altri che hanno scritto di simili materie, se non chi sarà stato da' filosofi istruito.

Deve saper la Musica, per intendere le regole delle proporzioni canoniche e matematiche, ed in oltre dare la giusta carica alle baliste, catapulte e scorpioni: imperciocchè ne' capitelli a destra e a sinistra vi sono i buchi degli unìsoni, attorno ai quali cogli argani, peritrochii o manovelle si stirano le funi di budella, le quali non si fermano o legano, se non quando fan sentire all'orecchio dell'artefice tuoni eguali: perciocchè i bracciuoli o bischeri così stirati egualmente dall'una e dall'altra parte, scoccano diritto il colpo: ma se non saranno unisoni, faranno torcere dal diritto cammino i dardi. Parimenti ne' teatri i vasi di metallo, i quali si situano nelle loro piccole camere sotto i giardini con proporzione matematica: e le differenze de' suoni, che i Greci chiamano echia si regolano colle consonanze musicali, distribuiti poi intorno intorno nella quarta e quinta e nell'ottava, ecc., in guisa tale, che la voce del suono che parte dalla scena, giungendo a percuotere i corrispondenti vasi, cresce col rimbombo, e va più chiara e più dolce all'orecchio degli spettatori. Come anche senza le proporzioni musiche nessuno potrà formare né macchine idrauliche, nè altre simili.

La Medicina è necessaria per conoscere quali aspetti del cielo, che i Greci chiamano climi, quali arie, quali acque siano sane, e quali dannose; poichè, senza queste riflessioni, non si può fare abitazione salubre. E' necessario ancora, che sappia quelle leggi, che regolano i muri esteriori, in riguardo al giro delle grondaie, alle fogne e ai lumi. Lo scolo parimente delle acque, e cose simili debbono essere note agli Architetti, acciocchè prima di cominciar l'edificio prendano le dovute cautele, e non rimangano, dopo fatte le fabbriche, le liti a' padri di famiglia: ed acciocchè stabilendosi i patti, restino cautelati tanto chi dà, quanto chi prende in affitto: ed infatti se i patti saranno ben espressi, rimarranno senza inganno gli uni e gli altri.

Per mezzo dell'Astrologia si conosce l'oriente, l'occidente, il mezzogiorno, il settentrione, e tutta la disposizione del cielo, l'equinozio, il solstizio e il corso delle stelle; e chi non sa queste cose, non saprà né anche formar gli orologii a sole.


Poiché dunque questa scienza è tanto adornata e piena di molte e varie erudizioni, non mi pare, che possa nessuno a ragione chiamarsi Architetto di botto, ma solo chi salendo da fanciullo per questi gradi di dottrine, e nutrito della cognizione di molte scienze ed arti, giungerà all'ultima perfezione dell'Architettura.(...)

L'Architetto (...) non può, anzi non deve, essere grammatico, quanto fu Aristarco, ma né anche senza lettere: non musico quanto Aristossene, ma né pure ignorante affatto di musica: non pittore come Apelle, ma né meno imperito di disegno. Non già scultore come Mirone o Policleto, ma né meno ignaro affatto di scultura: né finalmente medico come Ippocrate, ma né pure digiuno totalmente di medicina. non eccellente in somma in ogni scienza, ma almeno non all'oscuro in nessuna. Imperciocché in tanta varietà di cose non è possibile giungere alle più fini e particolari eleganze, mentre appena si può intendere e capire solo le loro teorie".




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