Gli obiettivi che ci prefiggiamo di raggiungere consistono non solo nel risparmio energetico, inteso come utilizzo inferiore e meno prolungato di sistemi di climatizzazione attivi, ma anche e soprattutto in quello che potremmo chiamare comfort abitativo, sentirsi a proprio agio e stare bene, senza complicazioni di salute, all'interno delle mura.

Un approccio Bioclimatico all'azione del costruire, che consideri l'orientamento, il soleggiamento, la provenienza e la forza dei venti, lo scorrere delle stagioni, i giorni caldi ed i giorni freddi, con le relative temperature, moderate od eccessive, la frequenza delle precipitazioni atmosferiche e la siccità, può essere un buon punto di partenza.
Purtroppo siamo soliti tuffarci in queste ricerche solo in caso di crisi energetica; allora, una cosa così naturale ed ovvia viene tramutata in pura moda e fanatismo di conoscenza!
Il termine BIOCLIMATICO deriva da BIOCLIMATOLOGIA, disciplina proposta dal climatologo di origine russa Wladimir Köppen (1846-1940). Partendo dallo studio del clima relativo ad un dato luogo, Köppen si proponeva di spiegare il perché di una determinata distribuzione vegetazionale nelle diverse regioni.
 

L'EDILIZIA E LE REGIONI CLIMATICHE (1)

Esistono strette connessioni tra il clima e la vita. Relativamente ad ogni luogo la vita si sviluppa diversamente, gli animali ricavano i loro giacigli e l'uomo si costruisce la propria casa.
Una casa costruita per i climi freddi è diversa da una casa realizzata per abitare in climi caldi, e quindi non può essere riproposta ovunque, generalizzandola in un progetto di standardizzazione.

L'edilizia "spontanea", ovvero quella che l'uomo realizza in base alle primarie esigenze, a scopo di dimora e protezione, si è evoluta empiricamente, tenendo conto delle reali necessità, delle abitudini di vita, delle avversità e delle disponibilità e meraviglie offerte dal luogo.

Il clima, mite e crudele, influisce notevolmente sulla differenziazione e rigogliosità delle piante, sul comportamento degli animali e sul carattere dell'uomo. La vita si è sviluppata nella natura, l'ambiente naturale è frutto del clima, la vita deve necessariamente adattarsi al clima del luogo dove risiede. Al cambio del clima, la selezione e la mutazione portano a nuove forme di adattamento; al cambio del clima, l'ambiente domestico deve di conseguenza apportare cambiamenti e mutazioni.


NELLA ARCHITETTURA TRADIZIONALE DI OGNI LUOGO, LA CASA È SEMPRE STATA  MODELLATA IN BASE AL CLIMA

Il fatto che in ogni posto della terra la casa si sia evoluta architettonicamente in modo diverso è conoscenza di tutti. Basti pensare alle case del nord Europa, costruite in legno e con ampie vetrate per captare la poca e molto diffusa luce del giorno, e le abitazioni del nord Africa che, arroventate dal caldo, hanno chiuso quasi tutte le aperture verso l'esterno, a favore di quelle verso l'interno, ombreggiato dai pozzi di aria fredda, posizionati a nord.

Il fattore termico è stato il principale elemento che ha caratterizzato l'evoluzione architettonica delle case. In merito a questo punto ci fa piacere riportare quanto ha scritto Victor Olgyay (architetto ungherese - nato nel 1910) nel libro "Progettare con il Clima":

"Una conferma di questa tesi è evidente se si considerano le diverse forme residenziali elaborate da gruppi di origine etnica simile quando essi hanno incontrato regioni climatiche molto diverse tra di loro. Si è generalmente concordi nel ritenere che gli indiani d'America provennero dall'Asia e che le loro ondate migratorie attraverso lo Stretto di Bering portarono le loro popolazioni da un capo all'altro dell'America settentrionale e meridionale. Diffondendosi in tutta l'America settentrionale, gli indiani incontrarono un'ampia varietà di ambienti climatici, dai freddi territori del nord alle zone calde del sud, dalle aride regioni occidentali alle parti umide del sud-est.

Le tribù che entrarono nella zona fredda incontrarono freddo molto intenso e una realtiva scarsità di combustibile. In queste circostanze  la conservazione del calore divenne essenziale, e quindi  le loro abitazioni erano compatte, con una minima superficie esposta. L'iglù eschimese è una ben nota soluzione del problema della sopravvivenza in un clima estremamente freddo. Queste basse abitazioni emisferiche deviano i venti e sfruttano le proprietà isolanti della neve. La liscia fodera di ghiaccio  che si forma sulla loro superficie interna è un'efficace protezione contro le infiltrazioni d'aria e le loro uscite a galleria sono orientate nella direzione opposta dei venti prevalenti, in modo da ridurre le correnti d'aria e impedire la fuga dell'aria riscaldata. La conservazione del calore da parte di questo tipo di struttura consente di mantenere una temperatura interna di 15-16°C quando la temperatura esterna è di -45°C. Queste strutture possono essere riscaldate da una piccola lampada e dal calore dei corpi.

Le tribù della costa pacifica della Columbia Britannica incontrarono un clima meno rigido, anche se l'esigenza della conservazione del calore rimaneva acuta. Per soddisfare questa esigenza, questi indiani adottarono una forma di vita comunitaria, come è mostrato dalla struttura delle abitazioni degli indiani kwakiutl. Le case di queste tribù erano unite tra di loro per ridurre le superfici esposte. le grandi capanne di tronchi e assi di legno erano costruite come un doppio guscio, una disposizione che creava una intercapedine d'aria isolante e forniva una specie di deambulatorio chiuso tra le abitazioni delle singole famiglie per i nevosi mesi invernali. D'estate il guscio esterno poteva essere tolto per la ventilazione. Un altro beneficio reciproco era ottenuto collocando braceri infossati nei singoli appartamenti lungo una navata centrale, creando così una sorgente concentrata di calore. Nel bacino del Mackenzie, le capanne erano costruite con tronchi e corteccia d'albero ed erano coperte con tetti a bassa pendenza, con lunghi pali ancorati alla copertura per trattenere la neve come manto isolante.

L'area temperata, offrendo un clima naturalmente favorevole, poneva pochi problemi termici ai suoi abitanti e, conseguentemente, nelle strutture di questi popoli c'erano maggiore diversità e libertà. A differenza dei raggruppamenti comunitari della costa del Pacifico, i villaggi degli abitanti dei boschi e delle praterie orientali erano organizzati liberamente e dispersi, con le unità periferiche immerse nel paesaggio circostante. L'abitazione tipica di queste tribù era il wigwam, una struttura conica di pali coperta di pelli, che proteggeva efficacemente dal vento e dalla pioggia ed era facilmente riscaldata da una fonte di calore centrale. Il wigwam era facilmente trasportabile, cosa essenziale per un popolo nomade.

La zona caldo-secca, al contrario, chiedeva molto ai costruttori delle abitazioni tribali. Quest'area, caratterizzata da un caldo eccessivo e da un sole abbagliante, richiede che il riparo sia progettato in modo da ridurre gli effetti del caldo e da fornire ombra. le tribù sudoccidentali, come quelle che abitavano molto più a nord, costruivano spesso delle strutture comunitarie per proteggersi reciprocamente - in questo caso dal caldo. Le strutture come quelle del pueblo di San Juan erano costruite con tetti e muri massicci di adobe, che ha buone proprietà isolanti e la capacità di ritardare per molte ore gli effetti del calore, riducendo così le temperature di picco giornaliere. Le finestre erano molto piccole. La superficie esposta era ridotta affiancando gli edifici.

Le strutture dei pueblos si stendono comunemente lungo l'asse est-ovest, riducendo in tal modo il calore del mattino e del pomeriggio sulle due pareti terminali durante l'estate e ricevendo la massima quantità di sole sulla parete sud durante l'inverno quando il suo calore è benvenuto.

L'area caldo-umida, d'altra parte, poneva ai suoi abitanti due problemi fondamentali: evitare l'eccessiva radiazione solare e far evaporare l'umidità mediante le brezze. Per risolvere questi problemi, le tribù meridionali costruivano i loro villaggi in modo da consentire una libera circolazione dell'aria, e le singole abitazioni erano disperse nella vegetazione circostante. I seminole alzavano grandi tetti spioventi, coperti di foglie e paglia, per isolare dal sole e creare grandi superfici d'ombra sulle abitazioni, che erano prive di pareti esterne. La forte pendenza e l'estenzione dei tetti proteggevano dalla pioggia, e i pavimenti erano rialzati per tenerli asciutti e per lasciar circolare l'aria sotto le abitazioni.

Come si può vedere da queste forme fondamentali di abitazioni usate dagli indiani del Nordamerica, queste popolazioni avevano una notevole capacità di adattare le loro abitazioni alle loro particolari difficoltà ambientali. Una chiara consapevolezza del clima era integrata da un'innata abilità artigianale a risolvere i problemi del comfort e della protezione. I risultati erano espressioni edilizie di autentico carattere regionale".

(da "Progettare con il Clima" - Design with Climate di Victor Olgyay,  Franco Muzzi & C. Editore, Padova 1981, 1990 - prima edizione in lingua inglese, Princeton 1962)


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